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di
Giovanni Lauricella
 

 

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Recenti edificazioni, riqualificazioni, risistemazioni, ristrutturazioni e trasformazioni presentate con l’intento di rendere facile e comprensibile la lettura di Roma contemporanea. Potrebbero aggiungersi altre opere a questa già consistente rassegna ma ciò complicherebbe la stesura del lavoro e la sua accessibilità. Si è pertanto preferito di offrire al pubblico una rapida e sintetica visione delle architetture più vistosamente innovative che offra la città

 

Manca la città moderna


Tra tante recenti edificazioni e gli apprezzabili sforzi delle nuove amministrazioni,guardandosi in giro, non si avverte la capitale internazionale che ci si aspetterebbe da una tra le più prestigiose metropoli del mondo. Sarà il perseguimento del sistema urbano policentrico o la deformazione indotta da un centro storico di proporzioni gigantesche ma "manca la città moderna ", continua.

 

Il nuovo piano regolatore generale di Roma


Evento epocale per i contrasti che ha sempre provocato è il nuovo piano regolatore generale ....> continua.

 

 Il nuovo stadio della Roma

Lo stadio per la Lazio

Stadio per la Lazio

Lo stadio per la Lazio

La querelle sul nuovo stadio di Roma mi ha ispirato l’idea di un articolo. Il carattere che vorrei dare allo scritto è quello di un racconto fantastico, dove si da per realizzato lo stadio della Lazio, che invece, come ben sappiamo, non solo non esiste ma nemmeno c’è. Chi lo propone, ma io per provocazione, invento una presunta par condicio che va a bilanciare la rivalità di due tifoserie …Stadio Flaminio in abbandono

Si vuole fare un nuovo stadio quando quello del Flaminio è in completo abbandono e l’incuria lo sta facendo diventare un pericolo per gli abitanti della zona ma non solo.

 

Roma ha tantissimi stadi definiti di “allenamento” o semplicemente “campi sportivi” dove si svolgono campionati di piccole categorie di appassionati che animano la pratica di questo sport, in un solo sito se ne ho contati circa 46.

Ne abbiamo diversi nell’area tra l’Acqua Acetosa e Tor di Quinto e in tutte le consolari, senza contare quelli appartenenti alle varie armi dell’esercito e polizia; me ne ricordo uno molto attivo a via Sannio e ad altri di eredità del fascismo, compreso tanti altri che gli affiliati di club e società di calcio ben conoscono a differenza del sottoscritto che lo ha praticato parecchi anni fa e che per il fenomeno sociale che rappresenta ha sempre sentito un certo fastidio.

Me ne ricordo un altro che penso sia chiuso, tra Santa Croce in Gerusalemme e Porta Maggiore, il che mi fa pensare al parallelo fenomeno delle sale cinematografiche, prima costruite con grande enfasi e grande fervore di popolo e poi abbandonate, con associazioni culturali disperate che occupano capannoni fatiscenti per fare cultura: e qui concludo questo argomento che ci porterebbe lontani. Ci tengo solo a sottolineare solo che Roma è veramente la capitale degli stadi, forse in omaggio al suo passato e all’antico detto: Mens sana in corpore sano.

Di “necessità” del genere come quella di un nuovo stadio ce ne sono state tante come quella impellente del check in per i voli internazionali dovuto ai mondiali di calcio che fece trasformare l’area della stazione Ostiense in un mega imbarco - sbarco passeggeri per l’aeroporto di Fiumicino, ma che fu poco dopo inspiegabilmente abbandonato per parecchi anni ed ora è diventato megaristorante bazar di uno strano monopolio filo-renziano chiamato Eatitaly.

Tutte “esigenze” create apposta da regie occulte, che hanno trovato appoggi nei media e articolazione e finanziamenti nella corruzione.

Il mio articolo potrebbe essere quello che segue.

 

Lo stadio della Lazio

Mai idea fu più funesta per Roma dello stadio per la Lazio, una costruzione realizzata per par condicio con quello della Roma che portò lacerazioni sociali e lutti di cui ancora si pagano le conseguenze.

L’idea venne fuori da una fake news, come del resto accadde per lo stadio della Roma, che prima si doveva fare a Trigoria, poi, ai tempi di Rutelli, a Tor Vergata ed in altri posti prima della definitiva decisione di portarlo a Tor di Valle.

Spero che avrete ben capito la provocazione: voglio criticare l’andamento urbano di una bella città assetata di grandezza, che spesso pesca nella miseria per risollevarsi da difficoltà che la fanno scivolare sempre più in basso. Ci si fa scudo di inconsapevoli sportivi che sfogano le loro frustrazioni di una società amara e difficile in tifoseria che spesso sfocia in problemi di ordine pubblico.

Assurdo no? Solo a pensarlo sarebbe da matti, ma la realtà non pensate sia molto differente, e sto parlando di costruzioni e non della ingenua boutade che ho fatto all’inizio.

 

I non Luoghi

Marc Auge ne ha parlato in senso nobile

ma la realtà che ci circonda è molto peggio

Tante zone di Roma sono come questo assurdo stadio che ho proposto, o meglio, sono delle mini Brasilia, la finta capitale del Brasile disertata perché non serve agli abitanti, perché in pratica si è in presenza di tante piccole isole di pregio vuote perché inutili, dove la gente non va perché sono al di fuori delle consuete esigenze. Roma ha già tanti centri abitativi e commerciali vuoti, quartieri fantasma di nuova edificazione che attendono di essere abitati, nonché innumerevoli così detti centri, “centri a vuoto” come quello nuovo della Fiera di Roma (in pauroso deficit perché inutilizzato) e quello vecchio lasciato in pericoloso degrado fra l’enorme traffico lungo la Cristoforo Colombo vicino al palazzo della Regione.

centro congressi p dei Navigatori                                                                               striscione di protesta cittadini p dei Navigatori 

Per fare qualche altro piccolo esempio, pensiamo al nuovo centro congressi che sta a piazza dei Navigatori, una mega costruzione già fatiscente che non fa notizia, come l’altrettanto inutilizzata ma famosissima Nuvola di Fuksas, costruita per il Giubileo! Due centri congressi nuovi già abbandonati mentre quello di Libera, il Palazzo dei Congressi, è sottoutilizzato e il Colosseo quadrato o Palazzo della Civiltà del Lavoro, che sta nella stessa area dell’EUR lo hanno ceduto a Fendi per il grave stato di abbandono in cui versava. Strano a dirsi, la maggior parte dei grandi convegni, pochi per una città capitale europea, si fanno all’Auditorium di Renzo Piano, costruito per i concerti di musica classica, dove avviene di tutto: dal pattinaggio sul ghiaccio alla fiera delle invenzioni ecc.

Si investe l’opinione pubblica di “Bellezze urbane” quando tutta la nazione intera contende con la sfortunata Grecia gli ultimi posti in classifica di un’Europa che ha visto nascere, un fatto di cui fra pochi giorni andiamo a celebrare l’anniversario della nascita (Trattato di Roma,25 marzo 1967).

Un processo manipolatorio dell’immaginario collettivo, che sfocia nella stessa povertà mentale di chi ha partorito la proposta; un processo simile a quello denunciato dal film la “Grande Bellezza” nel costume decadente fino alla vuota demenza di una certa romanità, ma che in questo caso riguarda l’architettura e l’urbanistica; tutto questo a fronte di tante glorie che abbiamo e che hanno brillato in queste discipline, che stranamente ora trovi tutte supine, forse frustrate dalle mancate commesse.

A differenza del riferimento felliniano del film, il mondo del costruire romano è inspiegabilmente di maggior bassezza di livello. Lo dico perché, oltre ad architetti urbanisti ed ingegneri, le teste pensanti a Roma non mancano e non parlo solo degli intellettuali, tanto che spesso si rimane a bocca aperta per quanto sia acuto un tassista o un cameriere di un bar, eppure pare che tutto si debba ricomporre in qualcosa di insoddisfacente come se vivere a Roma dovesse essere, più che un piacere, una punizione.

Sarebbe il caso che si pensasse a rilanciare un’ economia claudicante da un po’ troppo tempo? Meglio non affrontare il problema. Non sto qui a demonizzare niente e nessuno, anzi auspico che vengano nuove costruzioni, ma che siano espressione del tessuto economico della città, e magari che la testa pensante fosse quella di chi ha un programma economico voluto da appropriate scelte politiche, che rispettino le tendenze imprenditoriali in atto, la storia e l’ecologia, quando invece, come tutti sanno, si fa l’esatto contrario. Purtroppo in Italia -e soprattutto a Roma- siamo rimasti fermi al voto di scambio per il posto fisso, dato che, come sappiamo, nessuno ti darebbe un voto per una strada efficiente o per un edificio utile.

Il risultato è che non solo non si fanno bandi di concorsi internazionali per nuovi progetti, come avviene nelle altre città del mondo, ma si costruisce ancora come in passato, per volontà del principe, con la differenza che i principi di adesso sono le società immobiliari, che di volta in volta si accaparrano una nuova edificazione a seconda delle “penetrazioni” istituzionali che gli capitano decidendo, paradossalmente, quello che è in pratica è il piano regolatore. Così, mentre all’estero le società immobiliari sono una valida alternativa allo stato, qui crescono in maniera fraudolenta, come protesi del pubblico, tra mazzette e referenti para-istituzionali della Magliana o di qualche ex terrorista. Ritornando allo stadio della Roma a cui alludevo, in una società normale se ne sarebbero fabbricati a decine senza che ciò costituisse un problema, ma purtroppo abbiamo uno stato distorto che di volta in volta abortisce mostruosità invece di fare normalmente le cose. Se non cambia lo stato e gli uomini che lo rappresentano, se non si distrugge la macchina burocratica (non basta snellirla), saremo sempre da capo anche per costruire un piccolo canile.

 Lo stadio dell'architettura

Lo stadio dell’architettura

Al dibattito sullo stadio della Roma, che ha messo a nudo la realtà di molte aree degradate della capitale, hanno contribuito tanti opinionisti, ma non si è sentita la voce dei diretti interessati, gli architetti. Perché questo silenzio?

Tutti gli architetti di una certa levatura, cioè quelli che dovevano esprimersi in questa occasione, sono l’interfaccia istituzionale di questo potere perché sono quasi tutti a stipendio fisso, quelli più in vista sono professori, il restoè legato a ministeri o a enti, dove sono consulenti e periti ecc.

Un silenzio dovuto anche ai travagli del PD, che nonostante tutto èancora il partito di maggiore espressione di potere,che non potendo dare indicazioni di riferimento,ha fatto cadere gli architetti nell’oblio.

Ecco che cosa è la cultura, ecco che cosa sono le capacità professionali e produttive di questo paese, il livello, lo stadio dell’architettura.

 

L’architettura dello scandalo

 

Il tempio della discordia

 

In questo anno di ricorrenza dell’affissione pubblica delle 95 tesi di Martin Lutero sulla porta dell’Università di Wittenberg nel 1517, la nascita della Riforma è stato commemorata con la mediazione di Papa Francesco verso le chiese luterane nel mondo nella direzione di un riavvicinamento che sfiora in un certo senso la riabilitazione.

Abbiamo notato peraltro una strana assenza delle istituzioni culturali che, pur gravando nelle casse dello stato, come al solito, scompaiono ogni qual volta si presenta l’occasione di dare un contributo su un tema di attrattiva generale.

Un periodo storico affascinante per le belle opere d’arte prodotte, in quanto i Papi, per sottrarre la supremazia culturale laica alla Firenze dei Medici, chiamarono a lavorare in Vaticano quasi tutti i più grandi artisti del tempo, dirottando a Roma il prestigio del Rinascimento, ed ivi concentrando tutti gli sforzi nel potenziamento del gigantesco cantiere di S. Pietro, megaprogetto e riferimento ideologico ideato dalla più grande archistar del momento, Michelangelo Buonarroti.

La Chiesa era ideologicamente tutta schierata su questo fronte culturale ed anche propagandistico, come attestata a dare battaglia a chi avesse impedito tale strategia. L’intento era quello di dimostrare al mondo intero di essere non solo il centro religioso e di pensiero ma anche il cuore pulsante dell’operare umano. Meglio di ogni altra cosa era coinvolgere i fedeli su una grande fabbrica che richiamasse l’attenzione dell’intera collettività religiosa mondiale proprio sul Vaticano: esaltante e spettacolare idea simbolica, che per la sua realizzazione necessitava di ingenti investimenti finanziari che invece scarseggiavano. Fu così che i soldi per le indulgenze vendute acquisirono un ruolo fondamentale nella pratica religiosa, riducendo il Giubileo ad una gigantesca macchina economica aggravata da vergognosi episodi di corruzione. Tutto questo mise in crisi molte coscienze che non vedevano nel denaro e nel fasto artistico la salvezza della propria anima. Non erano le opere a permettere il ricongiungimento a Dio ma la fede, concezione di stampo agostiniano alla base del pensiero di Martin Lutero, che formalizzandolo causò non solo lo scisma ma una disastrosa crisi politica internazionale. Di qui numerose guerre con la conseguenza del frazionamento in vari stati nazionali dell’ Europa e di quello che restava del Sacro Romano Impero. Da notare peraltro che proprio questi paesi protestanti si arricchirono grazie ad una adozione spietata del vituperato capitalismo.

Come tutti sanno, oltre a riconoscersi nei propri testi sacri e dottrinali, una delle peculiarità del cristianesimo è il linguaggio della rappresentatività e della comunicazione offerta dall’immagine divina che proprio in quel periodo fu causa di incomprensioni e di aspri dissidi interni, non solo di carattere morale. Questo perché, soprattutto nell’architettura, ciò comportava un apparato ed una pratica aziendale che non avevano niente a che vedere con lo spirito divino ma, al contrario, con la sagace gestione economica e commerciale della realizzazione di impresa, cioè quella che poi è diventata la discriminante sociale più evidente, che ha separato l’ Occidente dal resto del mondo. Questo oggetto del contendere ha dato adito ad una diversa interpretazione della monumentalità romana di stampo tardo-imperiale, edificata dai Papi a Roma, che per molti credenti non cattolici si è trovata ad assumere un valore ideologico ben più ingombrante e contraddittorio di quello che veniva ufficialmente divulgato. Un’architettura dello scandalo che provocava sdegno tanto da rafforzare le convinzioni dei protestanti. (Non tutti sanno dell’adiacenza alla Basilica di San Pietro del cimitero teutonico, extraterritorialità nell’extraterritorialità Vaticana e meta di pellegrinaggio di molti protestanti di alto rango e cultura per gli importanti personaggi che ivi sono tumulati.) Un tempio religioso, la Basilica di S. Pietro, che ha svolto il ruolo di essere meta di due concezioni opposte della medesima cristianità: pellegrini che andavano ad edificarsi lo spirito nello splendore raggiunto dalla grande fabbrica di S. Pietro e a contemplare le sacre scritture nella cappella Paolina di fronte agli stupefacenti affreschi di Michelangelo e altri pellegrini, di tutt’altro avviso, che verificavano nei confronti di tali opere la giustezza delle loro contrarie convinzioni.

Il Rinascimento, oltre ad essere caratterizzato da una poderosa concezione filosofica di cui i neoplatonici erano gli intellettuali di spicco, come ad esempio Marsilio Ficino, portava con sé contenuti di costume che ne influenzarono le attitudini sessuali. Nelle città d’arte, e in particolare a Firenze, l’eterosessuale aveva anche l’amante giovinetto, una sorta di pedofilia diffusa che veniva barattata come raggiungimento di virtù. Era il culto della bellezza dell’antica Grecia che riaffiorava nella riproposizione dell’Umanesimo pagano traslato in quello cattolico. (Citiamo qui Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma, nome di cui andava fiero, o Benvenuto Cellini, a cui fu causa di un esilio a Venezia…). Questo vizio non fu visto bene dalla parte più moraleggiante dei fedeli che, al cospetto di fenomeni di corruzione dilagante, degrado e pestilenze, ebbero una percezione negativa della società contraddittoriamente religiosa ed opulenta che si sentivano ingiustamente imposta. Un malessere sociale diffuso, molto ben descritto, anche se in senso caricaturale e terrificante, nei quadri di Hieronymus Bosch. La conseguenza fu che dopo il Rinascimento si ebbe un’ ondata di reazioni capeggiate da tanti filosofi e religiosi che spesso si trovarono schierati in fronti contrapposti. Martin Lutero fu uno di questi, ma non il solo ad alimentare i tormenti dei fedeli: un personaggio lungimirante balzato agli onori della cronaca perché sfruttò un nuovo sistema di comunicazione in maniera massiccia (la campagna pubblicitaria) mai pensato prima. Quelle 95 tesi stampate con i caratteri mobili divennero simbolo della nascente modernità perché realizzate con un efficace tecnica riproduttiva che diventerà rivoluzionaria e sarà la base strategica dell’attuale società dell’informazione che ne ha intensificato e migliorato i sistemi. Di li a poco fu dato fiato alle trombe di guerra, alle contrapposizioni di pensiero e alle violenze, con massacri e guerre inaudite tra cattolici e protestanti. Fiorirono ingiuste pene esemplari: il grande filosofo e moralizzatore Savonarola, accusatore della corruzione dilagante, viene pubblicamente bruciato e così pure tanti altri sinceri ed eccellenti pensatori e scienziati … compreso il “nostro” Giordano Bruno a Campo de Fiori, che rimane meta di numerose manifestazioni radicali e di tutti i laici in genere … Una rigidità che non ci fu invece nel 1594 per Enrico di Navarra che, dopo una estenuante e sanguinosissima guerra di religione, in una sola giornata, abiurò il calvinismo del quale era il massimo esponente per il cattolicesimo, prendendo così la corona del regno di Francia, da cui la celebre frase “Parigi val bene una messa”… Oltre a tanti peccatori, streghe e torture, non mancarono iettature spaventose: l’Invincibile Armata di Filippo II fu inghiottita dalla tempesta prima ancora di arrivare a dare battaglia all’ Inghilterra della grande Elisabetta, infedele perché protestante … Repentini cambiamenti di appartenenza e micidiali scelte machiavelliche non mancarono certo: la Francia si alleava con i Turchi che sarebbero di lì a poco corsi ad assediare Vienna...

In tutti questi drammi aleggia l’ostinazione della rigida concezione antesignana della “società dello spettacolo” di Guy Debord, formulata secoli prima dai Papi che vedevano nella sponsorizzazione dell’immagine un ruolo persuasivo politico fondamentale, quasi come una applicazione della ragione di stato. Una indicazione politica che cozzò pesantemente con i costi e tempi esorbitanti della Basilica di S. Pietro. (Nei modi di dire romaneschi per indicare che un lavoro si porta troppo in lungo si dice che <<è come la fabbrica di S. Pietro!>>, come pure mangiare <<a ufo>> o <<a uffa>> cioè sulle spalle degli altri, viene da Usum Fabricae Operis, sigla apposta sul materiale che non pagava dogana; e detti simili si hanno a Firenze e a Milano, beninteso riferiti alle rispettive cattedrali).

In questo bisogna riconoscere che i Papi sono riusciti magnificamente ad ottenere quello che desideravano edificando il monumento più importate e più imponente che si conosca, ma questo al contempo, nonostante la simbologia dell’ampio colonnato del Bernini posto innanzi a San Pietro come ad accogliere ed abbracciare i fedeli, rappresenta, alla luce dei fatti, anche grandi sconfitte e lacerazioni, tanto che potrebbe essere ricordato come il più grande monumento alla discordia degli spiriti.

Giovanni Lauricella

 

 

 

Floating Ideas

Peter Cook

Fino al 2 ottobre

Royal Academy of Arts.

Burlington House, Piccadilly, London

 

 

L’architetto inglese Peter Cook(South End, 1936) ha dato con il suo pensiero il più possente propellente che il dopoguerra ha avuto per uscire dal tunnel nel quale il mondo si era cacciato con il più disastroso dei conflitti mai perpetrato dal genere umano.

Una sciagura che con la ricostruzione ha paradossalmente causato un’euforica percezione positiva del futuro, al punto da stimolare la fantasia di numerosi scrittori che si trovarono con la fantascienza a inventare un mondo nuovo, che sarà il tema predominante di quegli anni ’50, di cui a tutt’oggi percepiamo l’onda lunga.

Case robotiche a forma di baccello che galleggiano mobili sul suolo, come UFO sul pianeta terra, agglomerati urbani spontanei creati dall’aggregarsi di edifici mobili … sono alcune delle proposte progettuali di Peter Cook. Esaltanti utopie se si pensa che solo oggi con la domotica, che non è alla portata di tutti, stiamo automatizzando l’apertura delle finestre e l’accensione degli elettrodomestici con connessione internet. Edifici e città pazzesche che fanno capire quanto avanzata e visionaria era quella concezione architettonica. Non era solo in questo modo di pensare, insieme ad altri architetti Warren Chalk, Ron Herron, Mike Webb e David Greene creò uno tra più famosi gruppi di correnti architettoniche, Archigram ( nome che coniugava architettura e programma ), di cui la prima brochure è del 1961 ma il fermento era già presente prima.

Seppure estremamente radicalizzata nelle sua fantasiose proposizioni,e quindi difficile da essere assimilata, ebbe un grande prestigio negli ambienti d’avanguardia e dette lo stimolo creativo a tanti architetti, molti dei quali sono oggi le archistar del momento.

Senza Archigram non ci sarebbero state le avveniristiche architetture di Norman Foster, Steven Holl o FutureSystems, nonché Renzo Piano e Richard Rogers con il Centre Pompidou del 1971, che a distanza di decenni è una tra le più fantascientifiche costruzioni che abbiamo, come pure le aliene architetture di Zaha Hadid e le bizzarre forme create da Rem Koolhaas.

Così dagli anni Sessanta in poi il gruppo Archigram sarà il riferimento internazionale di tutta una rivoluzione progettuale, anche se gli edifici realizzati da Peter Cook sono pochi e il Kunsthaus Graz (casa dell’arte, museo simbolo della città austriaca, realizzata nel 2003 con Colin Fournier, definita architettura Blob) rimane la sua più importante opera.   Disegni e progetti realizzati solo sulla carta che resteranno nel tempo i segni memorabili per tutta una generazione di architetti d’avanguardia che li porteranno nel cuore. Peter Cook si caratterizza per un’intensa capacità di stare sempre al centrodei dibattiti insieme ad una feconda attività universitaria che resterà la sua principale attività. Forse il suo successo era dovuto alle sue memorabili ed incredibili prese di posizione che creavano lo sconquasso nell’ambito disciplinare del costruire.

Su un suo progetto Plug-In City, Cook disse: "Finalmente gli edifici potranno diventare animali, con parti gonfiabili e tubi idraulici e un piccolo ed economico motore elettrico. Potranno crescere e rimpicciolirsi, diventare diversi, diventare migliori". Su un altro suo progetto,Instant City trasportata da una ventina di autocarri, disse che "Il progetto partiva dall'idea di portare ovunque il dinamismo di una metropoli, anche in un villaggio. I componenti sarebbero stati schermi audio visuali, proiettori televisivi, furgoni, gru e luci elettriche".

Immaginarsi cosa può essere la mostra non è difficile: una serie di disegni di improbabili strutture edificate sull’immaginazione dello spettatore stupefatto, dai colori estremamente vivaci che contribuiscono a dare ulteriore artificiosità al tutto. Un’ architettura che definirei dell’ottimismo, dove molta fiducia era data alla tecnologia che negli anni ’60 furoreggiava come allettante promessa messianica che in Peter Cook non ha mai suscitato esitazioni sino ai giorni nostri. Le scoperte e i record nello spazio si succedevano da un mese all’altro,“2001 odissea nello spazio” era nelle aspettative di tutti, si faceva lo chopping la mattina a Parigi per avere l’abito alla moda a cena negli USA volando con il Concorde.   Un mito, quello tecnologico, che adesso crea molte diffidenze se non acerrime opposizioni, per una mostra che celebra gli 80 anni dell’architetto più utopico del mondo, che nonostante tutto ancora è “floating”, cioè, come dice il titolo, galleggia. Una fortuna che stride con la realtà che abbiamo in quest’ultimo periodo, fatta da tristezze e disperazione.

Certo è che dopo tanti sogni di un mondonuovo e migliore, dove tutto è possibile, dove prendi e fai tutto quello che vuoi con le casse dello stato sempre disponibili, compreso il fenomeno di tanta sete di progresso, siamo ad una situazione completamente diversa dove inesorabilmente ci troviamo con gli economisti a calcolare i NEET, "Not (engaged) in Education, Employment or Training", disoccupati talmente rassegnati che non fanno corsi professionali e nemmeno cercano più lavoro, che in dialetto romano anche se molto meno scientifico ma più chiaro e comprensibile chiamiamo gli sfigati; un mondo a parte e opportunamente nascosto nel nostro falso mondo. In Italia addirittura hanno allungato l’età dei soggetti in questione, per il primato che abbiamo del triste fenomeno dei “giovani” che si trovano a casa dei genitori in età matura. Figuriamoci quanto gli possa fregare di un avveniristico missile quando non possono pagarsi una scheda SIM. Valutazioni statistiche o no, ci siamo allontanati di molto dal sogno sociale culminato nel ’68, e alla fine questa bellissima e interessantissima mostra di architettura che sembra essere sospesa tra fantascienza e avveniristica utopia ormai talmente lontana che sa più di impolverata archeologia di reperti appositamente disseppelliti.(Ma non è colpa di Peter Cook al quale facciamo tantissimi auguri per i suoi gloriosi ottanta anni !).

 

Giovanni Lauricella


 

 

 


Il richiamo pare sia la condizione essenziale di un opera architettonica, opere da spettacolo anche se forzato, perchè per attrarre bisogna vincere le pigrizie e le ritrosie dell'utente, sempre più piegato a ritmi forsennati e stressanti, ossessionato e reso insicuro dai costanti assordanti allarmi dell'informazione. Il successo dipende non solo dalla tecnica sempre più sofisticata, dall'usabilità o dal facile accesso ma da un contenuto aggiunto che scuota e urti provocatoriamente la coscienza. Stupito da opere siffatte si trova coinvolto in un' avvolgente scenografia, la città dello spettacolo. Quale concezione può essere migliore dell' "énfasi" ?>Continua.

 

Grafia urbana


Se per urbanistica abbiamo sempre considerato un insieme di discipline scientifiche quali la statistica, l’economia, la sociologia, compreso altri aspetti come viabilità e trasporti, adesso possiamo aggiungere anche un criterio formale per nuove interessanti ricerche. Volevo introdurre una diversa valutazione che parte da un ambito visivo per poi decidere l’impianto strutturale di una città, al fine di ricercarne una personalità. Questo segno, questo tracciato che da la forma agli aggregati abitativi l'ho chiamato "grafia urbana" >Continua.

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Mostra alla Galleria Indipendenza
Il 4 maggio 2017 Roma



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